Premio Cutuli, a Scienze politiche le lezioni magistrali dei tre vincitori

Alto livello e grandi emozioni negli interventi di Dina Ezzat, Fabrizio Gatti e Stefania D’Ignoti. La giornata ha preceduto, come di consueto, la cerimonia di premiazione che si è tenuta a Santa Venerina

26 Novembre 2018

Alto livello e grandi emozioni. Ad offrire tutto ciò sono stati i tre vincitori della 14^ edizione del Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”,  protagonisti della mattinata di studio svoltasi, sabato mattina, nella sala conferenze del Polo Didattico di via Gravina del dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania.

Coordinati  dall’editorialista del Corriere della Sera  Antonio Ferrari e dalla giornalista di Rai News 24 Daiana Paoli, Dina Ezzat (vincitrice della sezione Stampa Estera), Fabrizio Gatti (vincitore della sezione Stampa Italiana) e Stefania D’Ignoti (vincitrice della sezione “Giornalista siciliano emergente”) hanno tenuto delle lectio magistralis sul giornalismo. Un momento di riflessione che, come di consueto, ha  preceduto la cerimonia ufficiale di premiazione svoltasi la stessa sera del sabato  a Santa Venerina.

“Una collega di valore che ha intervistato personaggi di livello mondiale come il presidente Mohammed Khatami, i leaders palestinesi Yasser Arafat e Mahmoud Abbas, il primo ministro israeliano Shimon Peres, i leaders iracheni prima e dopo la guerra del 2003, i leaders di Hamas in seguito alla loro ascesa al potere a Gaza. Mi ha, anche, accompagnato nella mia intervista a Nagib Mahfus, vincitore del premio Nobel per la letteratura”. Queste le parole che Ferrari ha utilizzato per introdurre Dina Ezzat -  vice caporedattore del settimanale egiziano in inglese Al Ahram  weekly (che significa “Le Piramidi”), abbinato al quotidiano Al Ahram, che scrive anche per l’edizione web Al Ahram online - che ha trattato il tema “Le sorti della primavera araba”.  “I venti di cambiamento della primavera araba – ha detto Dina Ezzat -  sono partiti, nel 2011, dalla Tunisia in cui le proteste di tutto il paese hanno costretto il dittatore Ben Alì a lasciare il paese e a rifugiarsi in Arabia Saudita, dove si trova ancora. Ci sono stati pesanti assassini e attacchi terroristici ma la gente non ha rinunciato al sogno di una democrazia che onori e rispetti la sua volontà.  Prima, nel 2004, durante una mia permanenza a Tunisi per un servizio giornalistico su un incontro di ministri arabi, un impiegato dell’albergo in cui alloggiavo, ad una mia protesta per un’ispezione della stanza,  mi ha detto: ‘Viviamo giorno per giorno cercando di rigare dritto perché in questo paese se dici qualcosa che infastidisce la polizia potresti finire dove nessuno ti troverebbe mai’. Forse oggi la Tunisia si è liberata di questa paura, da quello che sento parlando con i tunisini o con i diplomatici che visitano Tunisi. Non è il caso della Siria, dove la paura la fa ancora da padrona.  In Siria ed in altri paesi della primavera araba, i dittatori ed i loro collaboratori hanno soffocato la spinta alla democrazia. Assad, dopo la caduta di Mubarak in Egitto,  di Gheddafi in Libia di Alì Abdallah Salah in Yemen, decise che non avrebbe fatto la stessa fine dei tre, sfruttando la diversità etnica presente nel paese, ha orchestrato una guerra tra popoli.  Il mondo ha chiuso un occhio su cosa stava realmente accadendo, permettendo che la speranza della democrazia lasciasse il posto ai conflitti nei quali i gruppi terroristici avessero un ruolo chiave. Il conflitto tra dittatore e popolo che sognava la libertà e la giustizia si è ridotto a conflitto tra dittatura e militanti estremisti islamici in cui la gente ha dovuto scegliere guardando solo alla propria sopravvivenza”. Nel mondo arabo la paura ha regnato di nuovo. “In Egitto  - prosegue Ezzat - alcune persone, che sentono che i sogni sulla rivoluzione di gennaio sono stati di breve durata, stanno cercando di trovare conforto nel fatto che gli islamisti sono stati allontananti dal potere e che è importante avere un paese stabile. Il motto è che ‘almeno stiamo meglio della Siria e della Libia’. L’inevitabile destinato dell’autoritarismo sembra aver preso il sopravvento sulla sfida che ha contraddistinto il mondo arabo nella prima fase della primavera araba”. Gli arabi  condannati a vivere sotto dittatori: “I potenti del mondo  - afferma  Dina Ezzat   - hanno abbracciato l’idea che gli arabi non sono tagliati per la democrazia per mere ragioni egoistiche e per pura convenienza tollerando governanti che gestiscono i loro paese con pugni di ferro, indipendentemente dai diritti umani e dal buon governo, purché servano alla sicurezza e agli interessi economici dell’Occidente.  Negli ultimi anni, ho sentito molti diplomatici europei a Il Cairo dire che ciò che più conta per le loro nazioni è vedere la fine delle ondate di rifugiati, che stanno colpendo l’Europa dal Sud all’Est del Mediterraneo, mantenere la vendita di armi e tecnologie di spionaggio e i contratti per il gas.  Gli occidentali, in cambio di accordi sulle armi, prezzi del petrolio a basso costo, hanno contribuito a creare i falsi miti della stabilità e della modernizzazione che la dittatura può offrire”.

 Stefania D’Ignoti – 24 anni, catanese, da maggio 2017 giornalista freelance specializzata in questioni mediorientali - nell’ambito della sua relazione dal titolo  “Kim Wall e la nuova generazione di reporter in aree di crisi” ha parlato delle difficoltà di una giornalista freelance che sperimenta ogni giorno sulla propria pelle la condizione di precarietà. “Il giornalismo freelance del XXI secolo è un lavoro fatto di solitudine, nel senso che siamo soli ad occuparci di tutto. Ci improvvisiamo ricercatori, traduttori, autisti, fotografi, tecnici del suono, commercialisti, agenti di viaggio, giocolieri del tempo. Molti di noi decidono di partire per dei reportage nelle cosiddette aree di crisi. Andiamo sul campo, corriamo dei rischi, non vogliamo essere considerati dei supereroi desiderosi di attenzioni, lo facciamo perché sappiamo che, altrimenti, molte storie umane importanti cadrebbero nell’oblio. La nostra missione è di aiutare a creare una memoria collettiva per fare in modo che certi errori non vengano nuovamente commessi“. Kim Wall era una giovane donna europea, reporter in aree di guerra che ha perso la vita di recente, l’8 agosto 2017, uccisa e fatta a pezzi, da una delle fonti su cui stava scrivendo una storia: “In Italia se n’è parlato poco – ha detto D’Ignoti – ma la sua storia mi è particolarmente cara. Kim aveva pubblicato reportage da Haiti, Sri Lanka, Uganda, Cuba, Cina,  isole Marshall eppure è morta nella civile Europa, vittima di un becero maschilismo che rende anche donne forti come lei dei semplici burattini alla mercé di uomini che decidono il nostro destino, anche quando stiamo svolgendo solo il nostro lavoro. Anche lei era diventata freelance, testimone di storie che non sempre vedranno la luce”. D’Ignoti racconta  anche la sua testimonianza molto significativa: “Quest’estate,  nei territori palestinesi,  ho seguito  il lavoro di una ONG (Organizzazione non Governativa) israeliana che ha la missione di mostrare gli orrori dei soldati e dei coloni israeliani  nelle aree dove i palestinesi coltivano la propria terra e fanno pascolare i loro greggi. Nelle colline a sud di Hebron, c’è una fattoria di una famiglia di coloni che utilizza tutta l’energia elettrica disponibile, sottraendola ai pastori palestinesi che vivono a pochi metri di distanza. Un residente della fattoria  ci ha tagliato la strada con il suo fuori strada, è sceso e ha brandito la pistola. E’ stato un avvertimento. Siamo riusciti a mediare e ci hanno fatto passare. Abbiamo passato un’intera giornata a fare ricerche sul campo, a fare domande.  Ma non ho trovato nessuno disposto a comprare il mio reportage su ciò che accade a sud di Hebron, una delle zone più calde del Medio  Oriente. E questo è solo un esempio delle tante frustrazioni della vita da freelance; corriamo tanti rischi ‘inutili’ perché la maggior parte delle storie di cui siamo testimoni non verranno mai pubblicate”.   

Ha lasciato tutti incantati e senza parole l’intervento di Fabrizio Gatti, dal 2004 inviato e giornalista investigativo per il settimanale “L’Espresso” che per scrivere i suoi reportage si è finto bracciante agricolo raccoglitore di pomodori in Puglia; nella sua inchiesta sull’ospedale Umberto I si è infiltrato come operaio della ditta di pulizia; si è introdotto  nel Centro Accoglienza di Lampedusa senza dire di essere un giornalista, fingendosi straniero, e qui è stato detenuto per sette giorni  assistendo a molte violenze fisiche. Ha subito anche un processo per il reato di false generalità. Ne è uscito assolto.  “Il giornalista, - ha detto Gatti -  in un mondo dominato dai social, ha ancora un ruolo importante: certificare l’autorevolezza di ciò che viene raccontato. I produttori di social media non rispondono di ciò che viene scritto. Non hanno responsabilità. Il giornalista sì. Anche se le nuove tecnologie, da cui non si può ormai prescindere, hanno determinato una trasformazione del suo lavoro, il giornalista fa una sintesi dei fatti. Ha un ruolo di mediatore tra i fatti e la notizia”.

Molto illuminante il passaggio in cui Gatti ha illustrato le vere cause dell’immigrazione. “Gli Occidentali continuano a saccheggiare le zone del Medio Oriente e dell’Africa. Si pensi ad esempio alla Francia la cui energia nucleare è alimentata dall’uranio prelevato dal Niger, ex colonia francese. Nel Niger, però, il 97% della popolazione non ha accesso all’energia elettrica. All’ospedale pubblico del Niger c’è l’energia elettrica ma non sempre funziona. Consultando i registri della camera mortuaria, ho trovato giorni in cui c’erano picchi altissimi di mortalità. Ho chiesto il perché. Mi è stato risposto che ciò accade quando manca la luce e non si possono accendere i ventilatori. La temperatura che con ventilatori accessi è generalmente intorno ai 40/45 gradi, senza ventilatori sale oltre i 50° C, le ferite si infettano e aumentano le morti di bambini ed anziani. In molte parti dei paesi mediorientali la gente va via perché le zone sono diventate aride. I pochi alberi presenti sono stati abbattuti per produrre energia. Non  vi sono pozzi di acqua. In cambio di tangenti di alcune decine di migliaia di euro intascati da qualcuno,  questi territori vengono depauperati delle loro ricchezze minerarie. Dietro le grandi correnti migratorie degli ultimi anni  vi è, quindi,  la povertà e lo sfruttamento. Ma l’immigrazione, se manca l’attività di sintesi svolta dal giornalista, viene vista come un fatto a se. Eppure basterebbe poco per creare lavoro in queste zone.  L’ONG ‘Terre solidali’ e l’Università di Torino sono riusciti a creare 20 posti di lavoro con un microcredito di 25.000 euro a sostegno di iniziative imprenditoriali stabili affidate alle donne in Niger, Paese chiave del traffico di migranti verso la Libia”.