Plastiche in mare e i loro effetti sulla biosfera

Pubblicato lo studio del dott. Giuseppe Bonanno di EcoStat e della biologa Martina Orlando-Bonaca dell'Istituto Nazionale di Biologia sloveno sulla rivista Environmental Science and Policy

29 Maggio 2018

È stato pubblicato sulla rivista Environmental Science and Policy lo studio del dott. Giuseppe Bonanno di EcoStat, spin-off dell'Università di Catania, e della biologa Martina Orlando-Bonaca dell'Istituto Nazionale di Biologia sloveno sull'impatto delle plastiche che stanno invadendo mari e oceani. Lo studio raccoglie le ricerche condotte fino ad ora a livello globale e tenta di fare luce sulla presenza delle plastiche in mare e i loro effetti sulla biosfera.

 La produzione di materie plastiche è in crescita da oltre 50 anni – spiega Bonanno -. Negli ultimi anni è impennata: nel 1988 si producevano globalmente 30 milioni di tonnellate, nel solo 2016 abbiamo raggiunto la cifra record di 335 milioni di tonnellate. Le stime fatte fino ad ora vanno dagli 8 ai 13 milioni, toccando anche i 15 milioni di tonnellate all’anno della plastica che produciamo finisce in mare. Sembra poco? Basti pensare allora che, in termini di peso, è come buttare in mare circa un milione di tir all’anno”.

E sulle eventuali aree incontaminate, il dott. Bonanno le esclude categoricamente precisando che “una semplice bottiglia di plastica può rimanere negli oceani anche per 400 anni prima di decomporsi”. “Avrà dunque tutto il tempo per arrivare ovunque nei nostri mari. La plastica è ormai onnipresente in tutti gli habitat marini del mondo, nessuno escluso.  Anche se l’attenzione dei media si concentra sulle così dette “isole di plastiche”, giganteschi accumuli di rifiuti che si addensano al centro di vaste correnti anti-cicloniche sub-tropicali, la verità è che la plastica raggiunge anche i territori più remoti e incontaminati come le isole oceaniche delle Hawaii e delle Galapagos – aggiunge -. Negli oceani non esiste una zona franca per le plastiche”.

E sulla provenienza della plastica l'esperto spiega che “la maggior parte arriva dai continenti, ma al largo delle coste, lontano dall’attenzione della gente, moltissimi rifiuti plastici si generano anche in mare”. “Marine mercantili e pescherecce, piattaforme oceaniche per l’estrazione del petrolio, disperdono materiale plastico in mare più di quanto ci immaginiamo. Gli studi che abbiamo analizzato dimostrano che circa il 20% della plastica è rilasciata da mezzi di trasporto o strutture presenti in mare – aggiunge -. Purtroppo a oggi è risultato inutile il divieto alle navi di smaltire la plastica direttamente in mare. Stoviglie di metallo anziché di plastica non possono che rendere una crociera più sostenibile”.

Il dott. Bonanno, inoltre, si sofferma nella ricerca sulla distinzione delle plastiche. “Dobbiamo distinguere le macroplastiche dalle microplastiche – spiega -. La differenza sta nelle dimensioni, e precisamente le microplastiche hanno diametro inferiore ai cinque millimetri. Le microplastiche sono ritenute più dannose per gli oceani sia per la loro pervasività ma anche per la più facile ingestione dagli organismi marini. Inoltre, e questo non sarà un conforto per molti, un mito da sfatare riguarda invece il ridotto impatto delle bioplastiche la cui degradazione avviene invece con difficoltà per le basse temperature degli oceani. Il marchio “bio”, dunque, in mare non funziona ancora come dovrebbe”.

E sul “marine littering” spiega che “al momento siamo a conoscenza di più di 690 specie marine che sono state contaminate dalla plastica”. “E abbondano i casi di pesci, tartarughe e uccelli morti a causa di una massiccia ingestione di sostanze plastiche o anche per intrappolamento in reti o lenze abbandonate – aggiunge -. Il problema è che sono ancora troppo pochi gli organismi marini studiati. Basti considerare che nel nostro Mediterraneo l’impatto della plastica è stato studiato in appena un centinaio di organismi a fronte delle migliaia di diverse specie presenti”.

Il dott. Bonanno, inoltre, evidenzia che “le sostanze plastiche sono state trovate sin dai gradini più bassi della catena alimentare: dallo zooplancton sino ai grandi pesci”. “Il fatto che non la vediamo non esclude che ci sia: la plastica accumulata nei tessuti degli organismi può raggiungere anche noi esseri umani tramite il consumo di pesce o frutti di mare – spiega -. Oggi non ci sono frutti di mare, dai mercati della Cina a quelli europei, che non contengano tracce di plastica. Uno studio su sardine in scatola ha già mostrato la presenza di PET e PP, due plastiche comuni. Il rischio di un consumo diretto di plastica dunque c’è: la plastica è stata rilevata in organismi marini che troviamo frequentemente sulle nostre tavole come il tonno e il pesce spada”.

“Per fortuna, per il momento non esistono prove dirette di effetti del marine littering sull'uomo – continua -. Però non escluderei che già da qualche tempo ingeriamo plastica senza rendercene conto. Anche qui la notizia è che ci basiamo sui pochi dati ufficiali, e quindi nella realtà la risposta potrebbe essere ben diversa. Le cozze, il tonno o il pesce spada, ad esempio possono contenere plastica. Addirittura alcuni studi hanno riscontrato che circa il 30% degli organismi marini di interesse commerciale nel Mediterraneo è a rischio contaminazione da plastiche. Uno studio sul pescato indonesiano e statunitense ha dimostrato che più del 25% dei prodotti contenevano plastiche nello stomaco”.

Esclusi al momento anche eventuali impatti sulla fauna marina. “La buona notizia è che per ora non ci sono casi documentati di organismi marini a rischio estinzione a causa di ingestione o intrappolamento dovuto alla plastica – aggiunge il dott. Bonanno -. Quella cattiva è che però questo potrebbe essere dovuto al fatto che gli studi sono agli inizi, come per gli impatti sul nostro organismo. I timori che alcuni habitat possano essere quasi compromessi ci sono: c’è sempre più plastica nei mari, tanto che ora le abbiamo trovate anche nelle regioni più remote come i poli. Troviamo sempre più organismi che hanno concentrazioni di plastica nei loro tessuti. Questi sono segnali chiari. Bisogna fare qualcosa al più presto per ridurre la plastica marina prima che sia troppo tardi”.

Una situazione che ha già richiamato l’attenzione del legislatore. “Sì. Come dicevo, alcuni regolamenti e convenzioni esistono – conclude il dott. Bonanno -. La plastica negli oceani è riconosciuta come un rifiuto pericoloso dalle principali organizzazioni governative internazionali e nazionali. Tuttavia i controlli non sono ancora adeguati. Ma le cose stanno cambiando e non mancano segnali incoraggianti da tutto il mondo. Ad esempio a Mumbai (India) è in corso una massiccia pulizia delle spiagge da parte di volontari, mentre è di questi giorni la notizia del sindaco delle Isole Tremiti che con un’ordinanza vieta l’uso delle stoviglie di plastica. La plastica negli oceani è un problema di tutti, e come tale tutti dobbiamo fare la nostra parte.