Le scienze umane e sociali sotto tiro

Il sociologo francese Michel Wieviorka, direttore della Maison des Sciences de l'Homme di Parigi interviene sulla morte di Giulio Regeni. Traduzione della prof.ssa Sara Gentile

17 Febbraio 2016
Michel Wieviorka

La morte di Giulio Regeni  è un punto di partenza che suscita grandi emozioni nella comunità scientifica. Giulio era impegnato in una ricerca sul campo in Egitto sul tema del sindacalismo indipendente. E' stato trovato morto, ucciso dopo essere stato rapito e torturato secondo modalità che Amnesty International ha comparto con altri casi. 

Le scienze sociali, come il giornalismo investigativo, la sociologia, l'etnografia e i reportage impegnati: i ricercatori per produrre conoscenza corrono rischi se la situazione è pericolosa. Il pericolo può provenire da soggetti  incontrollati (organizzazioni mafiose, criminali, trafficanti, bande più o meno politicizzate che praticano la violenza, milizie che operano fuori dal controllo statale).
Lo Stato può comportarsi nelle modalità del terrore (dittature, regimi totalitari e autoritari che si liberano con la violenza degli oppositori ma anche di chiunque vuole stabilire la verità su ciò che accade nel paese e vuole renderla nota).
In alcuni casi queste due logiche coesistono, addirittura si sostengono a vicenda, la criminalità non statale ha imparato bene come comprendersi con il potere dello stato e il regime del terrore.

Come è morto Giulio?

Questa domanda implica che le scienze umane e sociali riflettano sulla loro pratiche. Una campagna internazionale esige un'inchiesta  indipendente e gli istituti di ricerca e d'insegnamento superiore così come le istituzioni nazionali e internazionali che raccolgono i ricercatori dovrebbero contribuire ampiamente alla campagna. Decine di migliaia di sociologi, antropologi, politologi sono membri di tali associazioni.

Giulio conduceva la sua ricerca all'università di Cambridge sotto la direzione di Maha Abdelrahaman chiamata da qualche mese a presiedere una sessione del Forum di Vienna (Associazione Internazionale di Sociologia) dedicata ai movimenti sociali e alla repressione nei paesi arabi. I ricercatori che sul campo sono tra i più esposti sono quelli che studiano attori impegnati sui temi della libertà, dell'emancipazione, del rispetto dei diritti umani e della democrazia. Tutto questo fa onore alla sociologia che si occupa dei movimenti  sociali e al suo interesse per questo tipo di impegno.

Il principio di precauzione: fino a dove?  

Due esempi su cui riflettere. Il primo è quello del sociologo francese Michel Seurat che viveva a Beirut nei quartieri mussulmani della città, profondo conoscitore del Libano e della Siria. Sono stato suo ospite nel gennaio 1985 nel quadro delle mie ricerche.  L'alto funzionario che avevo incontrato prima della partenza  per informare il ministero della mia permanenza (la situazione in Libano era allora molto critica), mi aveva spiegato che voleva che Michel tornasse in Francia, aveva paura per lui, ma ogni volta Michel gli diceva di voler restare. Il 22 maggio è stato rapito da una milizia islamista all'uscita dell'aeroporto di Beirut e il suo sequestro si è concluso con la sua morte otto mesi dopo.

Il secondo esempio è quello di un gruppo di giovanissimi dottorandi  che hanno scelto un 'tema' difficile e si sono spostati sul terreno non proprio correndo  grandi rischi fisici ma certamente esponendosi  a enormi danni psicologici: così lo studente di antropologia che studia la situazione post- genocidio in  Ruanda e sbarca senza altra preparazione che quella che si è fatta sui libri in una situazione in cui gli orrori del passato, ancora vicini, si mescolano agli orrori contemporanei, non esce indenne da una tale esperienza che può destabilizzare in maniera duratura.

Una grande responsabilità pesa su chi indirizza sul piano istituzionale e intellettuale i ricercatori verso studi sul terreno in contesti difficili e pericolosi, qualunque sia la natura del rischio. Una interpretazione senza  nuance del principio di precauzione può tenere a freno senza vere giustificazioni il ricercatore al quale si impedisce di lavorare sul campo. Ma il lasciar correre o l'indifferenza possono rivelarsi mortali o pericolosi. Chi è il responsabile istituzionale, il direttore del dipartimento, il referente per la tesi che accetta l'ipotesi di doversi recare un giorno all'aeroporto a ricevere la bara di chi ha lasciato andare sul campo nonostante o gravi rischi? Così la riflessione sul ruolo e l'utilità delle scienze sociali e umane si deve incentrare sul modo in cui esse sono organizzate e seguite e sul modo in cui possano essere gestite.

Academics for Peace

La morte di Giulio richiama l'attenzione sull'esperienza attuale dell'Egitto, ma questo non è il solo paese che suscita preoccupazioni per chi si occupa di scienze sociali e umane. La Turchia, ad esempio, preoccupa allo stesso modo. Nel paese l'autoritarismo del regime si accompagna con le misure di repressione nei confronti di chi protesta  contro le modalità con cui il governo utilizza la forza soprattutto verso i curdi.

Le scienze sociali sono presenti all'interno di un movimento collettivo che si è manifestato a livello internazionale, in particolare con l'appello "Accademici per la pace" del gennaio scorso e la repressione è in atto: 21 docenti universitari sono stati arrestati per aver firmato l'appello: l'esercizio della ricerca, l'insegnamento e la diffusione della conoscenza sono minacciati da un potere che intende tenere a bada gli intellettuali che lo chiamano in causa. Questo ci ricorda anche che le scienze sociali sono dalla parte della democrazia, della verità e della libertà d'espressione per quanto critica possa essere. Ma la stessa democrazia si può adattare a tentativi di mettere in discussione l'esistenza delle scienze sociali senza per questo passare attraverso procedure violente o autoritarie. Questo è il caso, in particolare, quando lo spostamento alla destra estrema di una società si accompagna con discorsi economici e politici che sostengono l'idea della loro inutilità; una economia puramente liberale, nella quale il mercato regna senza limiti né critiche non si aspetta niente dalle scienze sociali, ha bisogno solo di uno stato 'minimale' che certo non investe in quel settore. Può succedere che un tale orientamento si adegui ad una tendenza all'ìrrigidimento del potere politico.

In Giappone il Ministro dell'educazione nel giugno 2015 ha indirizzato  una lettera  ai rettori delle 86 università del paese in cui chiedeva di " abolire o riconvertire i dipartimenti di scienze umane e sociali" per favorire "le discipline che meglio servono ai bisogni della società". Questa campagna intellettuale, condotta in un contesto di spinta militarista, per il momento è durata poco. Le proteste nazionali e internazionali hanno evitato il peggio, anche se un quarto degli universitari si era subito dichiarato disposto a seguire il governo.

Queste questioni chiamano alla mobilitazione ricercatori, insegnanti, studenti di scienze umane e sociali ma anche tutti quelli che ritengono che la produzione e la diffusione della conoscenza sono indispensabili alla democrazia e a chi spera in essa : una società che le trascura è incapace di pensare a se stessa, di prendere le distanze, dimostra  minore capacità riflessiva; una società che le rifiuta e le combatte è sulla strada dell'autoritarismo e della sottomissione ad un  potere che opera senza confrontarsi e senza riflettere, privandosi di conoscenze che potrebbero illuminare utilmente l'azione politica.