La pandemia e gli animali che riconquistano le città

Dal prof. Giorgio Sabella alcuni spunti di riflessione e speranze per il futuro con l’adozione di modelli basati su sobrietà, parsimonia e economia circolare

20 Aprile 2020
Giorgio Sabella*

Sui mezzi di informazione sono ormai numerose le segnalazioni della presenza di animali selvatici, oltre all’incremento di quelli domestici, nelle città di tutto il mondo a seguito del lockdown dovuto al contrasto dell’emergenza Covid-19; anche la qualità dell’aria e delle acque sembrerebbe essere migliorata sensibilmente nel giro di poco tempo, perfino in Cina.

Si tratta certamente di un segnale positivo, che, malgrado vada letto nella sua giusta prospettiva, valutando anche gli aspetti negativi (quali ad esempio l’incremento del randagismo e più in generale delle specie sinantropiche), dimostra comunque una relativa residua e benaugurante capacità di resilienza degli ecosistemi e delle biocenosi animali, che sono stati sottoposti negli ultimi due secoli ad uno stress imparagonabile a quanto avvenuto nei secoli o nei millenni passati, sia dal punto di vista quali-quantitativo sia per quanto riguarda lo stretto lasso di tempo nel quale sono intervenuti cambiamenti ambientali devastanti quali: la deforestazione, l’inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria, le urbanizzazioni selvagge con creazione di megalopoli e il sovra sfruttamento delle risorse naturali.

La pandemia ci ha aperto gli occhi

Avevamo veramente bisogno di questo shock per comprendere di non avere adottato finora dei modelli realmente ecosostenibili? Non bastavano i dati sempre più allarmanti sulla perdita di biodiversità a livello mondiale, sulla crescente ed inarrestabile distruzione degli ecosistemi, sul dissennato consumo di suolo e sul peggioramento costante di tutti i parametri ambientali?

E tutto ciò malgrado da più parti si siano levati da almeno cinquanta anni denunce forti e documentate (il rapporto del Massachussets Institute of Technology per conto del Club di Roma fu presentato nel 1972 in una conferenza alla Smithsonian Institution di Washington a cui parteciparono circa duecento scienziati, umanisti, uomini politici e giornalisti), e nonostante la frequenza degli appelli sulla situazione globale del pianeta e sulla insostenibilità del modello attuale di sviluppo economico e sociale si sia fatta sempre più insistente e pressante negli anni.

Alla ricerca di un equilibrio perduto

C’era veramente bisogno di questa difficile prova per comprendere quanto nella nostra quotidianità manchi il benché minimo equilibrio tra la nostra specie e gli altri animali e quanto di un sano rapporto con la natura abbiamo perso progressivamente negli ultimi due secoli?

La presenza di anatre, cervi, puma, delfini, etc., che in tutte le aree del mondo stanno riconquistando gli spazi che la nostra specie gli aveva sottratto direttamente o indirettamente (si pensi ad esempio agli effetti dell’inquinamento acustico e luminoso o del traffico veicolare sugli animali) dimostra che con un modello di sviluppo realmente ecosostenibile, e naturalmente non così estremo come quello che stiamo attualmente vivendo, ci sarebbero i margini e gli spazi per la nostra specie per realizzare un migliore e più proficuo rapporto con la natura.

Ma saremo adesso in grado di capire ciò che da più di cinquant’anni gli esperti di varie discipline predicano inascoltati a governi e cittadini? Saremo veramente capaci di imparare questa lezione ponendo le basi almeno per un ragionamento che ci proietti verso modelli di società veramente e non soltanto formalmente compatibili. O l’anelito sarà quello di poter ritornare nel più breve tempo possibile, anche se in verità si tratta di un pensiero quantomeno ingenuo, alla vita che conducevamo prima della diffusione della pandemia?

Un mondo sempre più piccolo e fragile

Oggi abbiamo l’occasione per iniziare a riflettere seriamente su cosa è successo e soprattutto su cosa succederà nel nostro mondo, che finora abbiamo erroneamente ritenuto infinito e inesauribile, ma che in realtà si dimostra sempre più piccolo e con una disponibilità di risorse sempre più limitata. Un mondo che si è scoperto fragile per la inestricabile, articolata e complessa rete di rapporti interdipendenti che mostrano tutta la debolezza di un mondo globalizzato, che non ha mai voluto affrontare seriamente la sfida ambientale legata all’adozione di modelli ecosostenibili che tengano conto della limitatezza del nostro pianeta e delle sue risorse, pur avendo tutti gli strumenti culturali, tecnologici ed aggiungerei economici per farlo.

Molti commenti concordano nel ritenere che “niente sarà più come prima”, io francamente me lo auguro; la ragione e molte ricerche condotte in svariati ambiti della scienza ci imporrebbero di operare cambiamenti profondi e ci indicherebbero anche le direzioni in cui operare sia nel breve che nel lungo periodo.

Autocoscienza e un nuovo rapporto con la natura

Per quanto di mia competenza, ritengo che riguadagnare un corretto rapporto con la natura e con gli animali, attraverso percorsi di conoscenza e oserei dire di “autocoscienza”, uscendo da logiche utilitaristiche e/o opportunistiche ed abbandonando il ruolo di “consumatori della natura” così ben descritto da Stuart Kauffman nel suo “Reinventare il sacro”, potrebbe contribuire in modo sostanziale a questo cambiamento. Questa piccola o grande rivoluzione copernicana potrebbe contribuire a risolvere molte delle contraddizioni che caratterizzano le nostre relazioni con gli ambienti naturali, prima fra tutte la solo apparentemente inspiegabile attuale accelerazione della distruzione degli habitat naturali a fronte di un altrettanto apparente accresciuta coscienza e sensibilità ambientale. Come ha più volte fatto osservare Edo Ronchi, ex Ministro dell’Ambiente, la questione ambientale non è un lusso delle società ricche è diventata una questione ineludibile da affrontare a livello globale per garantire nuove prospettive per i giovani, le uniche prospettive non solo per i territori, ma per tutti.

Sobrietà, parsimonia ed economia circolare

Le capacità omeostatiche che gli ecosistemi e le biocenosi hanno mostrato in un così breve lasso di tempo, anche se dovranno essere esaminate con maggiore dettaglio e sulla base di una metodologia scientifica, ci fanno comunque ben sperare sulle possibilità che ancora oggi abbiamo di recuperare un rapporto più equilibrato con l’ambiente migliorandone sensibilmente la qualità, e dovrebbero spronarci ad intraprendere con convinzione e determinazione l’adozione di modelli basati sulla sobrietà, la parsimonia e l’economia circolare e non sulla crescita senza limiti dei consumi, che è razionalmente improponibile e insostenibile.

La speranza è quella di essere capaci di rinnovarci ancora una volta, iniziando a pensare diversamente con la consapevolezza che questo è oggi quanto mai necessario e urgente per la sopravvivenza del nostro pianeta ed in ultima analisi anche della nostra stessa specie.

Sabella Giorgio

*Giorgio Sabella. Docente di Gestione della fauna e di Direttiva habitat e relazione di incidenza del corso di laurea magistrale in Biologia ambientale del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell'Università di Catania

 


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