Il conflitto russo-ucraino e il futuro politico-economico dell’Europa

I temi sono stati al centro dell’incontro con Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni Internazionali negli atenei “Cattolica” di Milano e di Lugano

6 Maggio 2022
Alfio Russo

«La Russia, uno dei paesi costituenti dell’attuale ordine mondiale neoliberale, con l’invasione in Ucraina sta provando a modificare il quadro delle leadership nel mondo, sfidando il sistema delle relazioni internazionali, anche paventando la minaccia dell’utilizzo delle armi nucleari. Sappiamo bene che la Russia è dotata di importanti capacità economiche grazie alla disponibilità delle materie prime e, inoltre, che investe molto in spese militari per sostenere una politica estera aggressiva, ma di fatto ad oggi, a quanto pare, il potere militare russo appare piuttosto sovrastimato».

Con queste parole Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all'Università Cattolica di Milano e all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è intervenuto ieri, nell’aula magna del Palazzo Pedagaggi del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, all’incontro dal titolo “Titanic. Il naufragio dell'ordine liberale”.

Un incontro, incentrato principalmente sul nuovo panorama dell’Ordine Liberale Internazionale con una “finestra” sulla crisi russo-ucraina, che ha preso il titolo dall’ultima fatica letteraria del direttore dell’Alta scuola di Economia e Relazioni internazionali e editorialista de “Il Sole 24 ore” e “Avvenire”.

A discuterne con l’autore, nel corso dell’incontro moderato dal giornalista Giuseppe Ardica del Tgr Rai Sicilia, la prorettrice Francesca Longo e la direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali Pinella Di Gregorio dell’Università di Catania.

«Per porre fine a questa crisi i russi devono ritirarsi dall’Ucraina – ha aggiunto il docente -. È ovvio che non torneremo più alla situazione precedente a questo conflitto che già si basava su un piano inclinato, ad una divergenza tra sistemi democratici e autocratici che continuerà a sussistere anche nei prossimi anni. È inutile, quindi, illudersi che cambierà qualcosa, bisognerà gestire questi due tipi di sistemi».

Nel corso del suo intervento lo scrittore si è addentrato anche sull’efficacia e necessarietà delle sanzioni inflitte alla Russia dall’Ue. «Magari non sono del tutto efficaci, ma sicuramente modificheranno il sistema: l’Europa non comprerà più petrolio e gas russo e al tempo stesso la Russia non avrà più accesso ai mercati finanziari. È inevitabile che col passare degli anni queste sanzioni saranno dolorose per i russi» ha evidenziato il docente di Relazioni internazionali.

«Al tempo stesso l’Europa deve spingere verso una politica energetica basata sulle rinnovabili al fine di non dipendere più dai fossili e soprattutto essere politicamente indipendenti dalla Russia. Per questi motivi Putin ha attaccato adesso l’Ucraina e l’Europa e non tra diversi anni quando la situazione energetica europea sarà ben diversa. In questo contesto i fondi del Generation Next Eu sono fondamentali al fine di consentire, tramite l’innovazione tecnologica, di produrre, stoccare e distribuire energia mettendoci al riparo dagli oligopoli» ha aggiunto il prof. Parsi.

Una situazione che avrà risvolti anche in campo politico-militare.

«La richiesta di paesi come la Finlandia e la Svezia di entrare a far parte della Nato testimonia che c’è una crisi strutturale dei sistemi internazionali creata dalla guerra. Ricordo che la Russia è un membro permanente del Consiglio di sicurezza e quindi le sue azioni hanno messo l’Ucraina nella condizione di non poter più fare affidamento sulla propria dichiarazione di neutralità e per questo adesso chiede protezione militare – ha sottolineato nel suo intervento -. Ma non è tutto. Il 56% degli svizzeri chiede un rapporto più organico tra la Svizzera e la Nato. In sintesi tutti i paesi che non sono alleati della Russia pensano una ipotetica minaccia russa in futuro».

In merito all’Ordine Liberale Internazionale il docente ha evidenziato come «il progetto edificato tra la fine della seconda guerra mondiale, ha retto fino agli ’80, poi è stato messo in discussione dal nuovo ordine, o disordine, ovvero quello che chiamiamo Ordine Globale Neoliberale in cui noi oggi viviamo. La differenza principale è che il nuovo ordine è frutto di una concezione iper-mercatistica, ovvero se il primo ordine è nato dopo il secondo conflitto mondiale per mettere a riparo le società nazionali dallo shock della guerra e dalle crisi finanziarie, il nuovo ordine, invece, deve proteggere la struttura del mercato globale dalle pressioni delle società nazionali – ha evidenziato il prof. Parsi -. In questi anni la globalizzazione, concepita per rafforzare le società aperte, ha creato problemi alle stesse istituzioni basti guardare all’ampliamento delle diseguaglianze sociali in alcuni paesi europei. Eppure il nuovo sistema poneva il ceto medio al “centro”, quindi si proponeva di migliorare le condizioni dei ceti poveri, ma purtroppo non è stato così».

«Al tempo stesso doveva nascere una democrazia più inclusiva e partecipata per i cittadini e capace di creare un equilibrio tra sovranità dello Stato e mercato – ha aggiunto -. In Italia, ad esempio, si è registrata una forte accentuazione della spinta tecnocratica con una forte sottrazione all’opinione pubblica della possibilità di influenzare le politiche pubbliche italiane. Questo ha prodotto come contraccolpo il populismo in Italia e anche in altri paesi. In Italia, dopo tangentopoli, non si è riusciti a creare nuovi partiti e il populismo ha colmato la “lacuna” dei partiti politici».

Ma ritornando in campo internazionale, la “crisi” del nuovo ordine è stata accentuata anche dal verificarsi «di due variabili intervenienti, cosa ben diversa dagli imprevisti, ovvero l’11 settembre, che ha portato gli Stati Uniti in guerra contro il terrorismo, e adesso la crisi russo-ucraina».

Una situazione che, come ha spiegato l’esperto in relazioni internazionali, «ha permesso alla Cina di correre sui mercati internazionali ponendosi in forte competizione con gli Stati Uniti con una proposta mirata a rimuovere la “centralità” degli Usa e a trovare un nuovo equilibrio del mercato» ha concluso il suo intervento il docente della “Cattolica” di Milano.

In foto da sinistra la prof.ssa Francesca Longo, il giornalista Giuseppe Ardica, il prof. Vittorio Emanuele Parsi e la prof.ssa Pinella Di Gregorio

In foto da sinistra la prof.ssa Francesca Longo, il giornalista Giuseppe Ardica, il prof. Vittorio Emanuele Parsi e la prof.ssa Pinella Di Gregorio